mercoledì 24 gennaio 2018

Dio sa come e quando si devono abbattere i muri



Vorrei raccontare la rabbia che segue alla costruzione di muri, rabbia dei poveri; vorrei raccontare l'indifferenza dei potenti della terra pur di raggiungere ciò che vogliono: indifferenza che grida vendetta, gustizia che farà nascere l'amore.

Muri da abbattere, di don Luciano
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Se c'era un simbolo degli anni della Guerra Fredda e del mondo diviso tra il blocco comunista e quello democratico - ebbene, quel simbolo era il muro di Berlino. Alcune delle immagini più drammatiche della seconda metà del XX secolo hanno quel muro come protagonista -
il muro che il governo comunista costruì per dividere Berlino est dalla democratica Berlino ovest. Abbiamo visto anche noi le foto del muro sovrastato da filo spinato, sorvegliato da guardia armate, e della gente che ha fatto di tutto pur di scavalcare quel muro, perdendo anche la vita. Io penso di essere stato come tutte le persone di questo mondo - ossia non avrei mai pensato che il muro di
Berlino potesse un giorno crollare. Nessuno di noi immaginava come o che cosa avrebbe potuto abbattere tale muro. Ma prova ad andare adesso a Berlino - il muro non c'è più. Ed è stato frantumato nel giro di poche ore. Quel muro che pensavamo fosse intoccabile adesso è sparito.

Magari ora c'è un muro nella tua vita che sembra debba rimanerci lì per sempre. E' persino impossibile pensare come o che cosa lo possa abbattere. Ma Dio è uno specialista in demolire muri che sembrano infrangibili. E' da tantissimo tempo che li sta buttando giù.

Il popolo ebreo viveva da 70 anni deportato in una terra straniera. Vivevano sotto le leggi di un re pagano, Ciro - ed era davvero duro persino immaginare che un giorno sarebbero potuti tornare a casa. Ma in Esdra 1, 1 e seguenti la Bibbia dice: «Nell'anno primo del regno di Ciro, re di Persia, perchè si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro re di Persia».
 Rileggete, prego: «Il Signore destò lo spirito di Ciro re di Persia». E la Bibbia continua: «il quale fece passare quest'ordine in tutto il suo regno, anche con lettera: "Così dice
Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giudea. Chi di voi proviene dal popolo di lui?
Il suo Dio sia con lui; torni a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore Dio d'Israele: egli è il Dio che dimora a Gerusalemme. Ogni superstite in qualsiasi luogo sia
immigrato, riceverà dalla gente di quel luogo argento e oro, beni e bestiame con offerte generose per il tempio di Dio che è in Gerusalemme"»
.

Sembra incredibile. E' proprio come se fosse venuto giù il muro di Berlino. Ma Dio aveva toccato cuore del più potente uomo di quel tempo. E il muro tra i Persiani e gli Ebrei si è
schiantato al suolo.

Ora questo tipo di miracolo è riportato tantissime volte nelle Scritture. Dio ha cambiato il cuore del Faraone che ha lasciato partire gli ebrei - la sua più grande forza lavoro - che si sono così
affrancati dalla schiavitù d'Egitto. E chi lo avrebbe mai pensato?

Quando Saul non voleva accettare di diventare il primo re d'Israele, la Bibbia dice: «Dio gli mutò il cuore» (1 Samuele 10, 9).

Quando Dio ha voluto che Pietro annunciasse il vangelo a un comandante militare
pagano - e Pietro non voleva proprio mischiarsi con i pagani - Dio ha abbattuto il grosso muro di Pietro che si chiamava pregiudizio.
Attraverso una visione, Dio ha frantumato quel muro, e Pietro è andato di tutto cuore in territorio pagano a parlare di Gesù.
Leggetelo nel bellissimo capitolo 10 degli Atti degli Apostoli.
Quando Saulo di Tarso era deciso a spazzare via il cristianesimo prima che si diffondesse, Dio ha cambiato il cuore del persecutore in un cuore di discepolo - in un momento.


Muri. Muri che sembravano infrangibili. Muri impossibili. Cose che sembrano che non cambieranno mai. Dio è uno specialista in questo tipo di demolizioni. E in questo momento ti sta  chiamando a pregarLo con fede, perchè Lui possa abbattere un muro che sbarra la tua vita.
Forse è un muro che si chiama rapporto sbagliato, o una persona che non vuole accettare Gesù Cristo nella sua vita, forse è un figlio o una figlia che sembra non debbano mai abbandonare la loro vita da figli prodighi, o un vizio che si frappone fra te e Dio - insomma, ogni muro che sbarra la volontà e l'agire di Dio nella tua vita.


Mettiti davanti a questo muro armato con la forza della preghiera, e scaglia contro di esso la forza dirompente dello Spirito Santo. Con la preghiera Dio ha abbattuto anche le mura di Gerico! Prega
specialmente perchè Dio cambi i cuori - il tuo e quello degli altri.
I miracoli di Dio che schianta i muri spesso cominciano con il cambiamento di un cuore che prima sembrava ostinato.


Risultati immagini per nella vita incontrerai pietre...Non preoccuparti di quanto alto sia il muro, di quanto lungo sia o da quanto tempo sia lì - quel muro cadrà. Se Dio vuole che cada e se tu credi che Lui lo possa fare, quel muro crollerà. Perchè la
preghiera e la carità ottengono tutto!

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

don Luciano

giovedì 21 dicembre 2017

Buon Natale, il SIGNORE ci viene presentato bambino, ma ora ci attende nella gloria del Padre.


N A T A L E  D E L  S I G N O R E - ANNO B – 25 DICEMBRE 2017
Carissimi amici, Buon Natale! Non ho voluto fare commento alle letture di oggi: leggetele e commentatele ognuno per conto suo o con amici. Sono certo che lo farete perché sapete farlo dopo tanti anni di esercizio.
Con il Natale finisce questo primo ciclo di Avvento. L'epifania ogni festa porterà via, ma non la nostra gioia di ascoltare, meditare la Parola di Dio. Per le prossime domeniche dopo Natale, per favore e per vostra letizia cercate di seguire con attenzione e con fede le letture liturgiche.
Da parte mia , assieme a voi, riprenderemo l'ascolto durante il periodo di quaresima in attesa della Pasqua, del Risorto. Celebreremo così i due momenti forti della nostra fede. Non facciamoci rubare le nostre feste seguendo ciò che il mondo offre con i suoi richiami mondani , affascinanti, di piacere. La nostra  gioia sia serena, allegra consapevoli di una fede in Dio amoroso e misericordioso.

Prima letture ISAIA 9,1-6


Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l'opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Madian.
Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
e ogni mantello intriso di sangue
saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.



Dalla lettera dell'apostolo Paolo a Tt 2,11-14 

Risultati immagini per Il Signore metterà in noi il desiderio di cambiare il cuoreÈ apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquitc 1,2à e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.





Dal Vangelo di Lc 1,26-38
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.


C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».



domenica 10 dicembre 2017

La strada verso Dio


SECONDA DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B- 10 dicembre 2017


dal Vangelo di Marco 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
(dal Vangelo di Marco 1,1-8)

Da dove viene Dio?
Dal cielo? Da una realtà completamente lontana e diversa dalla nostra?
Sembra proprio di sì, anche perché se guardiamo bene bene quello che succede nel mondo degli uomini, compreso il mondo religioso fatto di istituzioni, regole, tradizioni, Dio che è perfezione assoluta e bontà infinita, sembra davvero centrare poco.
Se pensiamo a Dio lo collochiamo lontano e separato da tutto cioè che è umano (la parola “sacro” indica proprio questo, ed è opposta alla parola “profano”) a volte così tanto da pensare che in fondo non esista nemmeno.

Le religioni fin dall’inizio della storia umana si sono fondate su questa convinzione che Dio è “oltre” e “altro” rispetto la dimensione umana. I Templi, luoghi sacri, con i loro riti erano il segno di questa separazione tra le divinità e gli esseri umani, e che solo qualche volta veniva superata.

L’evangelista Marco inizia il suo racconto con questa affermazione che è la sintesi di tutto il suo Vangelo ed è anche la sintesi della rivelazione cristiana su Dio: “inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”.

La parola Vangelo indica “buona notizia”, dove la notizia è proprio che per arrivare a Dio si parte da Gesù e non da Dio. La buona notizia (che è anche al cuore del Natale al quale ci prepariamo) è che Dio parte nel farsi conoscere non da qualcosa che è oltre e irraggiungibile per la mente e l’esperienza umana, ma parte da un uomo, Gesù di Nazareth. Questo uomo nel corso della sua storia si rivelerà prima come Cristo e infine come Figlio di Dio, cioè Dio stesso che si relazione con l’uomo.
Il percorso verso Dio quindi parte dal basso, proprio dalla nostra dimensione umana, dentro la quale è vissuto Gesù.

Giovanni Battista è il primo a entrare in campo nel racconto dell’Evangelista Marco. E’ un profeta, cioè uno che senza paura indica la strada di Dio agli uomini. Il suo invito è quello di cambiare mentalità e modo di agire. Confessare i proprio peccati non è altro che riconoscere che siamo esseri umani e non divinità. Il peccato ci ricorda che siamo fatti di carne e siamo limitati. Ma proprio a partire da questo possiamo riconoscere che dentro la vita umana ci sono segni di speranza che rimandano a qualcosa di più grande, ad un amore che non è del tutto cancellato dalla storia umana. Marco ci dice che tutti gli abitanti di Gerusalemme escono dalla città santa che aveva il grande Tempio e tutti i segni e i riti della religione, per andare nel deserto e iniziare una nuova strada di verso Dio. Giovanni indica la strada senza pretendere di essere lui il fine di questa strada, che è invece l’uomo Gesù.

Questa settimana in parrocchia abbiamo incontrato Paolo che da più di 20 anni si occupa di persone carcerate. Insieme ad un gruppo di volontari entra nel carcere di Verona creando percorsi con gruppi di spiritualità per i carcerati che lo desiderano. Le nostre carceri, anche se siamo nel 2017, sono ancora luoghi dove l’umanità rischia di essere totalmente assente, perché pensate solo come luogo di punizione e non sempre di riabilitazione. 

Ecco allora l’impegno di Paolo e degli altri di entrare e cercare di “riattivare” il bene che c’è in ogni uomo, anche in colui che ha sbagliato. La strada verso il cielo passa anche da una cella, dove il cielo dentro e sopra il carcerato è spesso molto piccolo. Mi ha colpito la testimonianza di Paolo che mette la motivazione in quello che fa in un amore totale per la persona umana, qualsiasi storia abbia, anche fatta di errori e crimini.

La buona notizia è dunque proprio questa del Vangelo di Gesù: la strada verso Dio parte dall’uomo, ogni uomo. Anche da me.
Giovanni don

sabato 25 novembre 2017

SOLENNITA' DI CRISTO RE - 26 NOVEMBRE 2017


Quel Signore che vediamo incatenato è il nostro Re! Ci sembrerebbe impossibile, ma il suo Regno non è di questo mondo...noi lo sappiamo, ma forse spesso ci dimentichiamo di Lui e, come Pilato inoscientemente diciamo “ Dunque tu sei re?”

Propongo questo commento di don Cristiano Mauri in modo che possiamo aprire la mente e il cuore come mai fatto al mistero di questa solennità. Scopriremo un Re che sta sempre dalla parte dei suoi sudditi: “Se i re del mondo mettono i sudditi tra sé e il nemico, Lui mette sé tra i suoi e i loro avversari”.

BUONA LETTURA !

Solennità di Cristo Re di don Cristiano Mauri


Non giriamoci attorno.
Questo Vangelo non ammette ricami e occorre andare subito al centro.
Al cuore del brano stanno un segno e una affermazione.


Pilato disse al Signore Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». (Gv 18, 33c-37)


Il segno sono servi che non combattono e un “re” che si consegna.

I re del mondo fanno degli altri ciò che vogliono, dispongono come meglio credono, esercitano liberamente il loro potere. Quando nel mondo un re si consegna smette di essere re.
La regalità di Cristo, invece, sembra che stia tutta nel consegnarsi. Che gli altri facciano di Lui ciò che vogliono, che siano liberi di accoglierlo o rigettarlo, che possano risparmiarlo o al contrario ucciderlo.
Per i re, nel mondo, ci si sacrifica, per la loro salvezza si è pronti a morire, per l’onore del loro nome non si esita a versare il sangue, proprio e altrui. Sono i sudditi a combattere per i re e questi non si fanno scrupolo di comandare che vadano incontro alla morte per loro. «Dio salvi il re», si grida nel mondo.

La regalità di Cristo, quando si afferma, non permette invece che alcuno muoia.

«Rimetti la spada nel fodero» dice a Pietro nell’Orto. «Se cercate me lasciate che questi se ne vadano» dice a chi era venuto ad arrestarlo.
Se i re del mondo mettono i sudditi tra sé e il nemico, Lui mette sé tra i suoi e i loro avversari. Non ha altra arma che il consegnarsi. Mettersi nelle mani dell’altro è la sua “prova di forza”.
Lui si sacrifica per la vita dei suoi sudditi e per quella dei Suoi nemici. pretende che il Suo sia l’unico sangue versato. Non combatte per sé e nemmeno vuole che alcuno lo faccia per Lui. Piuttosto è Lui a combattere perché i suoi siano salvi e anche i nemici escano incolumi. «Dio salvi tutti» si grida nel Suo regno.


L’affermazione traduce il segno: «Sono nato e venuto per testimoniare la verità».

Lui non regna. Testimonia. Non c’è alcuna guerra da fare, ma occhi da illuminare, orecchie da aprire, cuori da sciogliere. Ma il combattimento acceca di rabbia, assorda di violenza, raggela di dolore.
Ciò che devono vedere è la qualità di un amore.
Ci vuole la carne perché si veda l’amore. Ci vuole la carne di un Figlio perché si veda il volto del Padre che l’ha generato. «Chi vede me vede il Padre».
Non è più il tempo della menzogna, il principe del mondo – quello che regna nel mondo – è stato gettato fuori.

È tempo di far verità, è tempo che gli uomini sappiano l’amore del Padre e si riconoscano fratelli.

È l’ora che si abbandonino le logiche della forza, della prevaricazione e dello sfruttamento e inizi il tempo del servizio reciproco, del mutuo aiuto, della liberazione dalle schiavitù.
È tempo che si comprenda che Dio è il Padre della Vita, che non vuole che alcuno muoia, ma intende dare la vita e darla in abbondanza perché nessuno – nessuno, amico o nemico – vada perduto.
Perciò Lui si consegna. È nella Sua carne consegnata che testimonia la verità del Padre che dà la Vita: Lui il Figlio – che è la Vita – si mette nelle mani di chi segue le logiche della morte perché abbia la Vita.
Perciò i suoi non combattono: chi è dalla verità, chi vede il volto del Padre, chi nasce dall’amore di Dio, serve la Vita, mai la morte.


Lo stile di Gesù non lascia spazio al fraintendimento. È nella carne che si testimonia l’amore del Padre.

Una carne che ha i tratti di Colui che dà la Vita. Una carne che è disposta a farsi Vita per l’altro. Il vero martire – il “testimone” – non è tanto chi muore per difendere la fede. Ma chi ama la vita altrui e la difende, in nome del Padre della Vita, fino a consegnare la propria.
I cristiani in questo tempo di conflittualità a tutto campo – sociale, generazionale, politica, etnica, familiare, religiosa… – non hanno che un posto dove stare: in mezzo.
Non però a dettare regole con quello stile di giudizio che non fa che inasprire i conflitti; tantomeno ad avvalorare l’idea che l’unica via di salvezza è la morte del nemico; piuttosto a difendere la Vita di tutti – la qualità, la libertà, la pienezza… – costasse pure la loro.
Così si è nel mondo senza essere del mondo.
E quelli poi che non smettono di accendere scontri o addirittura incitano a imbracciare le armi per «difendere le nostre tradizioni cattoliche»? Nel Vangelo: non pervenuti.


domenica 19 novembre 2017

L'uomo politico e il Samaritano


Un giorno, Signore,
non credo che ci rimprovererai di essere stati troppo zelanti per l'uomo.
Noi sappiamo quale sarà il tuo rimprovero: Tu ci rimprovererai per essere stati troppo poco zelanti per l'uomo!




Poche volte in questi anni ho scritto qualcosa per i politici o che riguadasse loro.Confesso che seguo la politica come cittadino e come mio dovere. Non mi piacciono i politici ma non è detto che ne faccia di ogni erba un fascio: pochi sono quelli veri, amanti del popolo non attirati dal potere. Penso che tutti noi o quasi tutti, siamo stanchi dei nostri amici politicanti.
Pensando a loro in attesa del Natale in questo prossimo periodo di avvento ho ritenuto poporvi, carissimi amici, questo brano di don Tonino Bello, un commento della parabola del Samaritano dedicata proprio ai politici e anche a noi nel nostro piccolo mondo. Spero che almeno a qualcuno arrivi questa voce: aiutatemi a diffonderla!



L’icona del samaritano e l'uomo politico di don Tonino Bello



L’icona evangelica più limpida dell’uomo politico che snoda la sua vita tra i due riferimenti essenziali del cielo e della terra, è quella del buon Samaritano.
Egli scende da Gerusalemme, la città della contemplazione, del Tempio, del rapporto con l’Assoluto, e va verso Gerico città della prassi, della concretezza periferica, della cronaca: nera, per di più.
S’imbatte nel malcapitato viandante che i malfattori, dopo avere spogliato e percosso, hanno lasciato “mezzo morto’ sul ciglio della strada. E, a differenza del sacerdote e del levita che “passano oltre”, il Samaritano si ferma ,
“N’ebbe compassione” dice il vangelo di Luca.

Ecco l‘immagine dell’uomo politico “capace di misericordia”, che non disdegna di sporcarsi le mani, che non passa oltre per paura di contaminarsi, che non si prende i fatti suoi, che s’impiccia dei problemi altrui, che non si rifugia nei propri affari privati, che non tira dritto per raggiungere il focolare domestico o l’amore rassicurante della sposa o la mistica solennità della sinagoga.
N’ebbe compassione.

E subito San Luca aggiunge un verbo splendido: “Gli si fece vicino”.

Ecco il ruolo essenziale dell’uomo che esprime l’impegno politico-sociale sulla Gerusalemme etico della vita. Farsi vicino. Accostarsi al popolo. Condividere l’esperienza dolorosa della gente.
Un politico che disdegni la “prossimità” e si chiuda nell’alterigia aristocratica della sua funzione, non è degno di questo nome. Un uomo impegnato nel sociale, che si trinceri nei palazzi del potere o che si nasconda dietro le scrivanie delle procedure burocratìche, maschera semplicemente il suo egoismo e camuffa o la propria incapacità o l’assenza di misericordia o inconfessati istinti di dominio.


Il politico vero, come il buon Samaritano, ha misericordia del popolo e gli si fa vicino per restituirgli la “mezza vita’ che gli hanno tolta e non per aggiungergli la ‘mezza morte” che gli manca e stenderlo definitivamente.


Nell’azione politica del buon Samaritano possiamo distinguere tre interventi. L’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo, e quello dell’ora prima. I primi due sono stati messi in atto. Il terzo intervento, no.


Il samaritano dell’ora giusta

Mi spiego. L’intervento dell’ora giusta è quello praticato dal Samaritano che, fattosi vicino al poveruomo, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. E’ il gesto del pronto soccorso, dell’assistenza immediata, delle cure ambulatoriali.
E’ una dimensione che il politico non può trascurare, magari sotto il pretesto che a lui non spetta fare assistenzialismo e che gli compete, invece, interessarsi solo dei massimi sistemi.


Quante volte, con questa scusa di comodo, si lasciano incancrenire i problemi, si rimanda la disinfezione delle ferite procurate dagli apparati strutturali, si tollera la degenerazione di tutti gli ictus inferti dal sistema, si rimandano i provvedimenti relativi ai diritti primari di ogni essere umano (quali la casa, la salute, il sostentamento, l’istruzione), e si permette che i miserabili dormano alla stazione, i poveri marciscano in catapecchie malsane, gli anziani vivano come rottami nello squallore dei cronicari, e caterve di ragazzi evasori della scuola dell’obbligo ingrossino la turba delinquenziale che minaccia come una nube tossica le nostre città.




Il samaritano dell’ora dopo
L’intervento dell’ora dopo è quello descritto da San Luca con una serie di verbi molto eloquenti: il Samaritano caricò il malcapitato sul suo giumento, lo portò a una locanda, si prese cura di lui; il giorno seguente (quindi passò la notte col ferito) diede due denari all’albergatore e lo pregò di farsi carico della situazione assicurandogli che tutte le spese gli sarebbero state rifuse al suo ritorno.

Non manca nulla a quello che potremmo chiamare “progetto globale di risanamento”.
Dall’impostazione della pratica alla verifica.
Dall’analisi iniziale al collaudo definitivo.


E’ su questo versante che si esprime la cosiddetta “volontà politica” del Samaritano, che non si contenta dell’aiuto improvvisato su due piedi e forse anche un po’ populista o, per lo meno, scenografico, ma va alla ricerca delle cure cliniche del caso, e toglie definitivamente quell’uomo dalla strada. Rimettendoci, per giunta: in tempo e in denari.


Questa è la vera carità politica, che analizza in profondità (scientificamente, diremmo oggi) le situazioni di malessere, apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato, non fa delle sofferenze della gente l’occasione per gestire i bisogni a scopo strumentale di lucro o di potere, e paga di persona il prezzo salato di una solidarietà che diventa passione per l’uomo.


Che duri colpi vengono dalla “misericordia” del Samaritano sulla nostra mentalità clientelare, sulle architetture losche dei nostri tornaconti, sui vassallaggi dei nostri sistemi correntizi, sulle spartizioni oscene del denaro pubblico, sul fariseismo delle nostre intenzioni protese a fini reconditi di dominio!


Il samaritano dell’ora prima

C’è infine l’intervento dell’ora prima, non registrato dal Vangelo, ma che è lecito ipotizzare in questi termini:
se il Samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata.
Io penso che la “misericordia”, cioé la “compassione del cuore”, nel politico deve diventare anche “compassione del cervello”.
E allora è necessario che egli ami prevedendo i bisogni futuri, pronosticando le urgenze di domani, intuendo i venti in arrivo, giocando d’anticipo sulle emergenze collettive, utilizzando il tempo, che ordinariamente spreca nel riparare i danni, a trovare il sistema per prevenirli.


Di qui, la necessità inderogabile che l’impegno politico-sociale sia affidato a gente che non si estenua nel sottobosco degli intrallazzi, nel recinto delle manovre occulte, nel chiuso delle trame nere, nella malignità dei sorpassi clandestini, nelle esercitazioni delle stroncature demolitrici ai danni del prossimo. Di qui, l’assoluto bisogno che chi si assume l’impegno politico guardi lontano, al di là degli steccati stereotipatii, per. additare in termini planetari i focolai da cui partono le ingiustizie, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Di qui, la capacità di discernimento e di conversione che deve caratterizzare l’uomo impegnato in politica.


Discernimento dei segni dei tempi; intuizione delle grandi utopie che irrompono nell’oggi e diventano già carne e sangue; percezione della pace e frutto della giustizia.
Conversione, che deve farvi ribaltare copernicanamente la visione egoista che avete del vostro mestiere. Fino a farvi diventare mistici, o artisti, o bambini, per dirla con Gioacchino da Fiore il quale affermava che il futuro sarà guidato da queste categorie di persone.


La speranza è in agguato

Coraggio, miei cari amici. Il Natale vi dia la percezione del compito straordinario che siete chiamati ad assolvere, quale che sia la vostra estrazione ideologica e culturale.“La politica, diceva La Pira, è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio. Perchè è la guida dei popoli, una responsabilità immensa, un severissimo servizio”.Non scoraggiatevi. Anche se è buio intorno.

Non tiratevi indietro, anche se avete la percezione di camminare nelle tenebre.
Rostand cantava:
“C’est la nuit qu’il est beau d’anendre la lumière; il faut forcer laurore ° naitre en y croyant”.

E di notte che è meraviglioso attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci.
Amici, forzate l’aurora.

E’ l’unica violenza che vi è consentita.
don Tonino Bello

sabato 11 novembre 2017

Ricominciare da Dio passa dal riappropriarsi del Suo stile.

Ascoltiamo Dio che passa

Non lasciamo passare invano il periodo di avvento: aspettiamolo nell'ascolto della Parola che attende sempre una risposta da ognuno di noi, nel silenzio della preghiera.
I due temi trattati in precedenza VOGLIAMO RIPRENDERE I NOSTRI INCONTRI e ENTRIAMO NELLA LOGICA DELLA SEQUELA DI GESU' CRISTO hanno avuto lo scopo di rinfrescare la nostra disponibilità alla voce dello Spirito Santo e accettare la sequela di Gesù guardando ai poveri, ai poveri che soffrono pazientemente: parliamo dei poveri che sono vicini alla miseria materiale e ai poveri che sonnecchiano al richiamo di Dio.
Questa domenica propongo alcuni pensieri di don Mauri Cristiano, rettore presso Collegio arcivescovile Alessandro Volta, Como.
Leggiamo attentamente questi suoi pensieri, facciamoli nostri fino a sentire la presenza di Dio accanto a noi: un Dio che passa e che ascolta.



Un Dio che passa, che ascolta
È un Dio che passa.
Che ascolta il grido dell’uomo. Che fa della persona una priorità assoluta. Che è ricco di pietà.
Che include chi è ai margini. Che pazienta con chi è duro di cuore. Che non si spaventa delle lentezze degli uomini.
Che trasforma in risorsa ciò che pare ostacolo. Che non considera nulla e nessuno come oggetto di scarto. Che riempie il vuoto di chi ha chiede il vero cibo.
È un Dio che cerca la relazione. È un Dio in cammino.

«Sì o no?»


Il Vangelo annuncia il Dio che brucia dal desiderio di unirsi a noi e che non attende altro che il via libera della nostra volontà perché la comunione con Lui sia piena, così come la nostra gioia.
È il linguaggio della comunione, non della trattativa commerciale. Della passione, non della giurisprudenza. Della libertà, non della coercizione.
Si sceglie un’appartenenza. Si decide «chi sei».
Proprio per questo, il sì è sì, e il no e no. Il nostro, come il Suo.
In mezzo non sta la virtù, sta la mediocrità.

«Intelligenza e purezza»


Risuonano con sempre più frequenza linguaggi da battaglia anche sulle bocche di tanti credenti. Toni aggressivi, linguaggi violenti, espressioni di irrisione, parole di discriminazione, atteggiamenti di superiorità, discorsi minacciosi.
Va ribadito sempre e senza possibilità di mediazione che tutto ciò non trova posto in alcun modo nel Vangelo.

Ricominciare da Dio passa dal riappropriarsi del Suo stile.

Dio parla sempre

abbastanza forte per

un'anima che vuole

ascoltarlo

sabato 4 novembre 2017

“ entriamo nella logica della sequela di Gesù Cristo”.


Una chiesa che si fa ultima...

( appunti dal libro “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” di don Tonino Bello)




Che significa farsi ultima? Significa “ entrare nella logica della sequela di Gesù Cristo”. Mettersi in fila dietro di Lui e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio alle retrovie.
Rallentare il passo per farlo accelerare da altri.
Accelerare la marcia per destare i sonnolenti. Incoraggiare chi si è fermato. Sollevare chi è caduto.
... Farsi ultimo significa stare in retrovia per mantenere i contatto con Lui, fare la spola per legare col resto della truppa, andare su e giù per non creare nello schieramento soluzioni di continuità...allora vuol dire che farsi ultimi significa lasciarsi prendere da un incontenibile bisogno di comunione...non per “smania” di evidenza...
...Parliamo chiaro: questa comunione non è molto forte nelle nostre Chiese. Siamo troppo divisi nelle scelte, nei progetti, nei metodi, forse anche nei traguardi.

All'interno del presbiterio non sempre corre buon sangue tra tutti. Tra presbiteri, religiosi e vescovo, mille riserve mortificano quella sinfonia di cui Parlava Ignazio di Antioquia.

Tra associazioni e parrocchie e gruppi di comunità e laici e preti serepeggiano reticenze, dissapori, rivalità..., le mormorazioni del popolo ebreo nel deserto.

Così, non facciamoci illusioni, l'annuncio del Regno ristagna. E a pagarne le conseguenze sono gli ultimi, disorientati da una Chiesa solo velleitaria, che, con metodologie contraddittorie e spesso all'insegna dell'elisione reciproca pretende di riportarli tra i primi!”.

E ancora:

La Madonna, povera di Javhé, che ha cantato il riscatto degli umili, dia alle nostre Chiese la nforza di confidae negli ultimi.

E ciascuno di noi, pur nella fatica del viaggio e nelle delusioni della vita, possa sentirsi confortato dalle parole di Sant'Agostino:

Aiuta il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a Colui con il quale desideri rimanere”.






Io che scrivo, tu che hai letto queste parole di don Tonino chiediamoci una volta per tutte: sono veramente un cristiano vero, vero discepolo di Gesù? In che cosa sono impegnato nella Chiesa voluta da Gesù? Ovvero sono soltanto un cristiano della domenica perché vado a Messa? Cosa mi manca? Cosa posso fare?

La via della condivisione





(Ernesto Olivero)
I poveri continueremo ad averli sempre con noi, ma se ogni persona trovasse nella solidarietà un senso al proprio vivere, la loro povertà sarebbe diversa; diventerebbe scuola di vita e nella condivisione troveremmo la via per abbattere le miserie che abbrutiscono l'uomo.



sabato 14 ottobre 2017

Non è vero che si nasce poveri

 

Educazione alla povertà


Non è vero che si nasce poveri.
Si può nascere poeti, ma non poveri.
Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti.
dopo una trafila di studi, cioè dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi.
Questa della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile, che il Signore Gesù si è voluto riservare direttamente l'insegnamento di questa disciplina.


Nella seconda lettera che San Paolo scrisse ai cittadini di Corinto, al capitolo ottavo, c è un passaggio fortissimo: "Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi".
E' un testo splendido. Ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a pieni voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare, che se l'è portato con sé in tutte le trasferte come il documento più significativo della sua identità: "Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il nido; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".
Se l'è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la più inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona, se è vera quella intuizione di Dante che, parlando della povertà del Maestro, afferma: "Ella con Cristo salse sulla croce".


Non c'è che dire: il Signore Gesù ha fatto una brillante carriera.
E ce l'ha voluta insegnare.
Perché la povertà si insegna e si apprende. Alla povertà ci si educa e ci si allena. E, a meno che uno non sia un talento naturale, l'apprendimento di essa esige regole precise, tempi molto lunghi, e, comunque, tappe ben delineate.
Proviamo a delinearne sommariamente tre.

Povertà come annuncio
A chi vuole imparare la povertà, la prima cosa da insegnare è che la ricchezza è cosa buona.
I beni della terra non sono maledetti. Tutt'altro. Neppure i soldi sono maledetti.
Continuare a chiamarli sterco del diavolo significa perpetuare equivoci manichei che non giovano molto all'ascetica, visto che anche i santi, di questo sterco, non hanno disdegnato di insozzarsi le tasche.
I beni della terra non giacciono sotto il segno della condanna. Per ciascuno di essi, come per tutte le cose splendide che nei giorni della creazione uscivano dalle mani di Dio, si può mettere l'epigrafe: "ed ecco, era cosa molto buona".


Se la ricchezza della terra è buona, però, c'è una cosa ancora più buona: la ricchezza del Regno, di cui la prima è solo un pallidissimo segno. Ecco il punto. Ci vorrà fatica a farlo capire agli apprendisti. Ma è il nodo di tutto il problema. Farsi povero non deve significare disprezzo della ricchezza, ma dichiarazione solenne, fatta con i gesti del paradosso e perciò con la rinuncia, che il Signore è la ricchezza suprema.


Un po' come rinunciare a sposarsi in vista del Regno non significa disprezzare il matrimonio, ma annunciare che c'è un amore più grande di quello che germoglia tra due creature. Anzi, dichiarare che questo piccolo amore è stato scelto da Dio come segno di quell'altro più grande. Sicché, chi non si sposa sembra dire ai coniugi: "Splendida la vostra esperienza. Ma non è tutto. Essa è solo un segno. Perché c'è un'esperienza di amore ancora più forte, di cui voi attualmente state vivendo solo un lontanissimo frammento, e che un giorno saremo tutti chiamati a vivere in pienezza.
Analogamente, farsi povero significa accendere una freccia stradale per indicare ai viandanti distratti la dimensione "simbolica" della ricchezza, e far prendere coscienza a tutti della realtà significata che sta oltre. Significa, in ultima analisi, divenire parabola vivente della "ulteriorità".
In questo senso, la povertà, prima che rinuncia, è un annuncio. E' annuncio del Regno che verrà.

Povertà come rinuncia
E' la dimensione che, a prima vista, sembra accomunare la povertà cristiana a quella praticata da alcuni filosofi o da molte correnti religiose. Rinunciare alla ricchezza per essere più liberi.
in realtà, però, c'è una sostanziale differenza tra la rinuncia cristiana e quella che, per intenderci, possiamo chiamare rinuncia filosofica.
Questa interpreta i beni della terra come zavorra. Come palla al piede che frena la speditezza del passo. Come catena che, obbligandoti agli schemi della sorveglianza e alle cure ansiose della custodia, ti impedisce di volare. E' la povertà di Diogene, celebrata in una serie infinita di aneddoti, intrisa di sarcasmi e di autocompiacimenti, di disprezzo e di saccenteria, di disgusti raffinati e di arie magisteriali. La botte è meglio di un palazzo, e il regalo più grande che il re possa fare è quello che si tolga davanti perché non impedisca la luce del sole.


La rinuncia cristiana ai beni della terra, invece, pur essendo fatta in vista della libertà, non solleva la stessa libertà a valore assoluto e a idolo supremo dinanzi a cui cadere in ginocchio.
Il cristiano rinuncia ai beni per essere più libero di servire. Non per essere più libero di sghignazzare: che è la forma più allucinante di potere.
Ecco allora che si introduce nel discorso l'importantissima categoria del servizio, che deve essere tenuta presente da chi vuole educarsi alla povertà. Spogliarsi per lavare i piedi, come fece Gesù che, prima di quel sacramentale pediluvio fatto con le sue mani agli apostoli, "depose le vesti".

Chi vuol servire deve rinunciare al guardaroba. Chi desidera stare con gli ultimi, per sollecitarli a camminare alla sequela di Cristo, deve necessariamente alleggerirsi dei "tir" delle sue stupide suppellettili.
Chi vuoI fare entrare Cristo nella sua casa, deve abbandonare l'albero, come Zaccheo, e compiere quelle conversioni "verticali" che si concludono inesorabilmente con la spoliazione a favore dei poveri.
E' la gioia, quindi, che connota la rinuncia cri-stiana: non il riso.
La testimonianza, non l'ostentazione.
Come avvenne per Francesco, innamorato pazzo di madonna Povertà. Come avvenne per i suoi seguaci, che sì spogliarono non per disprezzo, ma per seguire meglio il maestro e la sua sposa: "O ignota ricchezza, o ben verace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro, dietro allo sposo; sì la sposa piace!"

Povertà come denuncia
Di fronte alle ingiustizie del mondo alla iniqua distribuzione delle ricchezze, alla diabolica intronizzazione del profitto sul gradino più alto della scala dei valori, il cristiano non può tacere.
Come non può tacere dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo, dell'accaparramento ingordo, della dilapidazione delle risorse ambientali.
Come non può tacere di fronte a certe egemonie economiche che schiavizzano i popoli, che riducono al lastrico intere nazioni, che provocano la morte per fame di cinquanta milioni di persone all'anno, mentre per la corsa alle armi, con incredibile oscenità, si impiegano capitali da capogiro.
Ebbene, quale voce di protesta il cristiano può levare per denunciare queste piovre che il Papa, nella "Sollicitudo rei socialis", ha avuto il coraggio di chiamare strutture di peccato? Quella della povertà!
Anzitutto, la povertà intesa come condivisione della propria ricchezza.
E' un'educazione che bisogna compiere, tornando anche ai paradossi degli antichi Padri della Chiesa: "Se hai due tuniche nell'armadio, una appartiene ai poveri". Non ci si può permettere i paradigmi dell'opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti di accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze.
La condivisione dei propri beni assumerà, così, il tono della solidarietà corta.
Ma c'è anche una solidarietà lunga che bisogna esprimere.
Ed ecco la povertà intesa come condivisione della sofferenza altrui. E' la vera profezia, che si fa protesta, stimolo, proposta, progetto. Mai strumento per la crescita del proprio prestigio, o turpe occasione per scalate rampanti.
Povertà che si fa martirio: tanto più credibile, quanto più si è disposti a pagare di persona.
Come ha fatto Gesù Cristo, che non ha stipendiato dei salvatori, ma si è fatto lui stesso salvezza e, per farci ricchi, sì è fatto povero fino al lastrico dell'annientamento.
L'educazione alla povertà è un mestiere difficile: per chi lo insegna e per chi lo impara.
Forse è proprio per questo che il Maestro ha vo-luto riservare ai poveri, ai veri poveri, la prima beatitudine.

lunedì 18 settembre 2017

sabato 27 maggio 2017

Osiamo dire "Padre" anche se...

Osiamo dire "Padre"

(Alssandro Pronzato)


Osiamo dire "Padre", anche se... ci deludi, se le cose vanno male e tu non intervieni. Anche se il male ci colpisce a tradimento e tu non fai nulla per impedirlo. Ci ostiniamo a invocarti come "Padre" anche se gridiamo e tu non rispondi, ci perdiamo e tu non ci lanci un segnale, anche se abbiamo bisogno di un abbraccio e tu ti neghi.

Continuiamo a chiamarti "Padre" anche se molti di noi sperimentano la tua assenza, anche se le nostre domande rimangono senza risposta. Abbiamo esaurito tutte le parole per dire la nostra fame, la sete, la disperazione, la paura, la solitudine. Ci resta quell'unica parola da spendere: "Padre" e tuttavia ci sembra che quella parola non funzioni più, sia come una moneta fuori corso, una chiave fuori uso.
O forse, non basta dire "Padre", ma bisogna dirlo nel modo appropriato. Probabilmente non abbiamo esaurito tutte le parole. Ne conservi amo altre nel nostro vocabolario di figli diventati troppo sapienti. E tu aspetti che ce ne liberiamo. Che disimpariamo a parlare da adulti, e ritroviamo il balbettio del bambino che a stento riesce a farfugliare un'unica parola.
Tu aspetti pazientemente che tiriamo fuori dal cuore quell'unica parola-balbettamento per dire la nostra fede: "Abbà..."

Allora sapremo semplicemente che ci sei. Che quella parola unica ha avuto il potere, non di attirare la tua attenzione, ma di ferirti. La scoperta fondamentale non è quella della potenza del padre, ma della sua debolezza, della sua vulnerabilità. Tutto certo resterà come prima. Problemi, fastidi, interrogativi, incidenti, incomprensioni, delusioni, macigni che non si spostano...ma se ne sarà andata la paura.


Sì. Tu sei un Padre che non si stanca di aspettare che i figli crescano fino a diventare piccoli. Si decidano a imparare tutto ciò che bisogna imparare fino ad arrivare a sapere una parola sola.