sabato 21 aprile 2018

Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare

Gesù, il pastore santo, bello e buono

IV domenica di Pasqua – ANN0 B 2018



Gv 10,11-18

In quel tempoGesù disse ai suoi discepoli:« 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.  14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».




Commento di ENZO BIANCHI, monastero di Bose



Nei brani evangelici che la chiesa (dopo quelli delle manifestazioni del Risorto) ci propone per il tempo pasquale, sempre tratti dal quarto vangelo, è il Gesù Cristo risorto che parla alla sua comunità, rivelando la sua identità più profonda, identità che viene da Dio suo Padre. Il Signore vivente per sempre è più che mai autorizzato a presentarsi con il Nome stesso di Dio: “Io sono” (Egó eimi). Quando Mosè aveva chiesto a Dio che gli parlava dal roveto ardente di rivelargli il suo Nome, Dio aveva risposto: “Io sono” (Es 3,14), Nome ineffabile, nome indicibile inscritto nel tetragramma JHWH.

Il Cristo vivente si rivela dunque come “Io sono”, e specifica: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35); “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12); “Io sono la porta delle pecore” (Gv 10,7); “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv 11,25); “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6); “Io sono la vite” (Gv 15,5). Nel nostro brano, dopo essersi presentato come la porta dell’ovile, Gesù dichiara per due volte: “Io sono il pastore buono e bello” (kalós), riassumendo in sé l’immagine di tutti i pastori donati da Dio al suo popolo (Mosè, David, i profeti), ma anche l’immagine di Dio stesso, invocato e lodato come “Pastore di Israele” (Sal 80,2), dei credenti in lui.

Gesù aveva evocato più volte l’immagine del pastore e del gregge da lui pascolato (cf. Mt 9,36; 10,6; 15,24, ecc.), ma ora con questa rivelazione parla di se stesso, si proclama Messia e Inviato da Dio per condurre l’umanità alla vita piena, “venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Il buon pastore è l’opposto del pastore salariato, che fa questo mestiere solo perché pagato, che guarda alla ricompensa per il lavoro, ma che in verità non ama le pecore: queste non gli appartengono, non sono destinatarie del suo amore e non contano nulla per lui. Lo dimostra il fatto che, quando arriva il lupo, egli abbandona le pecore e fugge via: vuole salvare se stesso, non le pecore a lui affidate! Chi è il pastore mercenario o salariato? È un funzionario, è colui che svolge il compito per il salario che riceve o semplicemente perché l’essere pastore è ritenuto un onore che gli provoca riconoscimento e gli dona anche gloria. Ma lo si deve dire: il pastore salariato è facilmente riconoscibile nel quotidiano, perché sta lontano dalle pecore e non le ama. A lui basta governarle!

Al contrario, l’amore del buon pastore per le sue pecore causa addirittura il suo esporre, il suo deporre la vita per la loro salvezza. Non solo egli spende la vita stando in mezzo alle pecore, guidando il gregge, conducendolo in pascoli dove gli sia possibile sfamarsi; ma può anche accadere che la minaccia per la vita del gregge diventi minaccia per la vita stessa del pastore. È questo il momento in cui il buon pastore si rivela. Questa solidarietà, questo amore sono però possibili solo se il pastore non solo non è un salariato, ma se conosce le sue pecore di una conoscenza particolare che lo porta a discernere e a riconoscere l’identità di ciascuna di esse: una conoscenza penetrativa che è generata dalla prossimità, dall’assidua custodia del gregge.

Sì, la prima qualità del pastore autentico è la vicinanza alle pecore: sta con loro notte e giorno, nei deserti e nei prati, sotto il sole e sotto la pioggia. Papa Francesco ha parlato di “prossimità della cucina”, cioè dello stare là dove “si cucinano” le cose decisive, quelle che contano per ogni pecora, per ogni gregge; ha parlato di pastore che deve avere addosso “l’odore delle pecore”. Immagini forti, che indicano l’urgenza che i pastori non stiano al di sopra né ai margini, ma “in mezzo”, in piena solidarietà con le pecore.

Gesù cerca di spiegare questa comunione reciproca evocando addirittura la conoscenza tra sé e il Padre, che lo ha inviato e del quale cerca di realizzare giorno dopo giorno la volontà: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre”. Vi è in queste parole di Gesù l’essenza della cura pastorale: una reciproca conoscenza penetrativa tra pastore e pecore. Non solo il pastore conosce le pecore una per una, in una relazione personale e in un vincolo d’amore, ma anche le pecore conoscono il pastore, la sua vita, il suo comportamento, i suoi sentimenti, le sue ansie e le sue gioie, perché il pastore è loro vicino, prossimo. Le pecore non conoscono solo la voce del pastore che ascoltano quando le richiama, ma conoscono anche la sua presenza, a volte silenziosa, ma che sempre dà loro sicurezza e pace.

Tale conoscenza-comunione è certamente quella vissuta da Gesù nei suoi giorni terreni, all’interno della sua comunità, con i suoi discepoli e le sue discepole; ma è anche una comunione che trascende i tempi, in quanto sarà vissuta nella storia tra il Risorto e quanti egli attirerà a sé, chiamandoli da altri ovili. Venuto per tutti, non solo per Israele, e volendo portare tutti alla pienezza della vita, Gesù è consumato dal desiderio che vi sia un solo gregge sotto un solo pastore e che tutti i figli di Dio dispersi siano radunati (cf. Gv 11,52). Proprio nell’evento della croce si manifesterà la gloria di Gesù come gloria di chi ha amato fino alla morte e allora, innalzato da terra, egli attirerà tutti a sé (cf. Gv 12,32) e darà inizio al raduno delle genti attorno a sé, fino al compimento escatologico, quando “l’Agnello sarà il loro pastore” (Ap 7,17). Gesù non è un pastore come i pastori di Israele, ma proprio perché è “la luce del mondo” (Gv 8,12) e “il Salvatore del mondo” (Gv 4,42) – avendo Dio amato il mondo (cf. Gv 3,16) –, egli è anche il pastore di tutta l’umanità, come Dio è stato confessato e testimoniato.

Dopo questa auto-rivelazione, ecco altre parole con cui Gesù esprime la sua intimità, la sua comunione con Dio: “Per questo il Padre mi ama: perché io depongo la mia vita, per riceverla di nuovo”. Perché il Padre ama Gesù? Perché Gesù realizza la sua volontà, quella volontà che è amore fino al dono della vita. In Gesù c’è questo amore “fino all’estremo” (eis télos: Gv 13,1), fino al dono della vita appunto, e c’è la fede di poterla riceverla di nuovo dal Padre. Si faccia qui attenzione alla traduzione, che può compromettere il senso delle parole di Gesù. Gesù non dice: “Il Padre mi ama perché offro la mia vita per riprenderla di nuovo”, ma “per riceverla di nuovo” (il verbo lambáno nel quarto vangelo significa sempre “ricevere” non “riprendere”). L’offrire la vita da parte di Gesù sta nello spazio della fede, non dell’assicurazione anticipata! Il comando del Padre è che lui spenda, offra la vita; e la promessa del Padre è che così potrà riceverla, perché “chi perde la sua vita la ritroverà, ma chi vuole salvarla la perderà” (cf. Mc 8,35 e par.; Gv 12,25). Nessuno prende la vita a Gesù, nessuno gliela ruba, e la sua morte non è né un destino (una necessità) né un caso (gli è andata male…): no, il suo è un dono fatto nella libertà e per amore, un dono di cui egli è stato consapevole lungo tutta la sua vita, dicendo ogni giorno il suo “sì” all’amore.

Nelle parole di Gesù, il Padre appare come l’origine e la fine di tutta la sua attività: da lui viene il comando, che è nient’altro che comando di amare, vissuto da Gesù nel suo discendere quale Parola fatta carne (cf. Gv 1,14) e nella sua vita umana nel mondo. E la morte di Gesù non è solo il termine dell’esodo da questo mondo, ma è un atto compiuto (“È compiuto!”: Gv 19,30), il termine ultimo del suo vivere l’amore all’estremo. Gesù dà la sua vita fino a morire, ma non con il desiderio di recuperare la vita come premio, di riprenderla come un tesoro che gli spetta o come un merito per l’offerta di sé, bensì nella consapevolezza che il Padre gliela dona e che lui l’accoglierà perché “l’amore basta all’amore” (Bernardo di Clairvaux). Gesù non ha dato la sua vita per ragioni religiose, sacre, misteriche, ma perché quando si ama si è capaci di dare per gli amati tutto se stessi, tutto ciò che si è.

Sulla tomba di un cristiano della fine del II secolo, un certo Abercio, si legge questa iscrizione: “Sono il discepolo di un pastore santo che ha occhi grandi; il suo sguardo raggiunge tutti”. Sì, Gesù è il pastore santo, buono e bello, con occhi grandi, che raggiungono tutti, anche noi oggi. E da questi occhi noi ci sentiamo protetti e guidati.



domenica 15 aprile 2018

Se crediamo di non avere una fede forte, torniamo a leggere, riflettere su questo brano di Gv 20,19-31


TERZA DOMENICA DI PASQUA - Anno B - 2018

Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito






Dal Vangelo Lc 24,35-48

35In quel tempo i due discepoli tornati da Emmaus narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni.




Commento di Enzo Bianchi, del monastero di Bose
 
Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota, la corsa di Pietro al sepolcro , la manifestazione del Risorto “come un forestiero” ( ai due discepoli in cammino verso Emmaus.
Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc 22,12; Mc 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,25).

 Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato. No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare. Questo saluto, rivolto ai discepoli profondamente scossi e turbati dagli eventi della passione e morte di Gesù, significa innanzitutto: “Non abbiate paura!”.



La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, reso “altro” nell’aspetto, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede. Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica… Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”, allo stesso modo con cui i discepoli sul cammino di Emmaus credevano di vedere un pellegrino.



Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”.



Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso! Questa ostensione da parte di Gesù delle sue mani e dei suoi piedi trafitti per la crocifissione è un gesto che chiede ai suoi discepoli di incontrarlo innanzitutto nei segni della sofferenza, del patire e del morire. La carne piagata di Cristo è la carne piagata dell’umanità, è la carne del povero, dell’affamato, del malato, dell’oppresso, della vittima dell’ingiustizia della violenza! Senza questo incontro realissimo con la carne dei sofferenti, non si incontra Cristo, e la stessa resurrezione resta un mito.
Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede. È vero, noi esseri umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola.
 
Nella comunità degli Undici dobbiamo leggere la vicenda delle nostre comunità, nelle quali si vive la fede e la si confessa, ma si manifesta anche l’incredulità. Eppure il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro!
Noi siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia veramente vivente.
Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte. Il suo corpo crocifisso è un corpo ora vivente, “un corpo spirituale” (1Cor 15,44), cioè vivente nello Spirito, dirà l’Apostolo Paolo.

Luca stesso scriverà all’inizio degli Atti degli apostoli che Gesù “si presentò vivente ai suoi discepoli con molte prove” (At 1,3), che non sembravano però sufficienti per condurli alla fede. Infatti i discepoli restano in silenzio, muti! Allora Gesù, per renderli finalmente credenti, riprende la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte.
Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, cioè nelle sante Scritture dell’antica alleanza. Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente per comprendere le Scritture”.

Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31). Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture.
I discepoli, così “aperti”, possono ora credere e quindi essere costituiti testimoni della resurrezione di Gesù. Gesù si fa insieme a loro esegeta, interprete delle profezie che lo riguardavano, ricorda anche le sue parole consegnate durante la predicazione in Galilea, mostrando la necessità del compimento, della realizzazione nella sua vita nella sua morte.
Non aveva forse conversato con Mosè (la Legge) e con Elia (i profeti) proprio su quell’esodo pasquale che doveva compiere a Gerusalemme (cf. Lc 9,30-31)? 
 
La fede pasquale scaturisce dalla fede e dalla conoscenza delle sante Scritture, come ancora professiamo nel Credo: “Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,3-4)” (resurrexit tertia die secundum Scripturas). I discepoli hanno capito che il disegno salvifico di Dio si è compiuto nella passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti…
Con tanta fatica Gesù ha reso nuovamente credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto. 
 
C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

martedì 10 aprile 2018

E' vero che Clare è una bella ragazza, ma sta di fatto che la seguivano rapiti...



INCONTRI CON LA PAROLA di Don  Luciano

                       Lo sballo spirituale
(Giovanni 6, 25)
  

Si chiama Clare, che in italiano vuol dire Chiara, ha 15 anni, ed è la figlia di una delle nostre volontarie. Durante le vacanze scolastiche viene al "Drop-in Centre" a darci una mano con i ragazzi di strada.
L'altro giorno le ho detto: "Clare, oggi spieghi tu la Bibbia ai nostri ragazzi di strada". Non ha battuto ciglio; ha preso la Bibbia ed è andataa prepararsi nella piccola cappella che abbiamo al Drop-in Centre.
Arrivata l'ora del "Bible Study", si è piazzata con naturalezza davanti ai ragazzi di strada e ha cominciato a leggere il Vangelo e a spiegarlo.
E' vero che Clare è una bella ragazza, ma sta di fatto che la seguivano rapiti e non si perdevano una parola di quest'adolescente africana che spiegava la Scrittura ai suoi coetanei che vivevano sulla strada. 


Vi sembra una scena familiare con gli adolescenti italiani che conoscete?
Finita l'ora del "Bible Study" mi ha detto: "Padre, adesso devo andare alla Convention". A due passi del Drop-in Centre, sul campo sportivo comunale, c'era un grande tendone traboccante di adolescenti e giovani protestanti riuniti in una tre giorni di incontro (Youth Convention), nella quale ascoltavano a ritmo serrato conferenze religiose, pregavano e cantavano.



 Quando parlo agli adolescenti italiani mi devo dare un tempo massimo di 15 o 20 minuti altrimenti è meglio che mi parli da solo. Ma prima di squalificare frettolosamente i nostri ragazzi italiani, è bene
che ci rendiamo conto che sono vittime di una malattia che colpisce la stragrande maggioranza dei giovani occidentali - una malattia che sichiama "sballo spirituale"!


Lo "sballo spirituale" non è una malattia nuova. Mieteva vittime anche al tempo di Gesù, basta leggere il Vangelo di Giovanni, al capitolo 6,a partire dal versetto 25. Questa malattia serpeggiava tra coloro che avevano appena sperimentato l'eccitante esperienza di vedere Gesù che aveva dato cibo a più di cinquemila persone. Quando Gesù li lascia per andare dall'altra parte del lago, vogliono subito un altro "sballo spirituale". La Bibbia dice: «Trovatolo di là dal mare, gli dissero: "Rabbì,quando sei venuto qua? Gesù rispose: "In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perchè avete visto dei segni, ma perchιèavete mangiato di quei pani e vi siete saziati».


Gesù non propone loro un eccitante "sballo spirituale", ma il rimanere nella Sua Parola: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perchè su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo>>.Poi Gesù continua spiegando loro cosa vuol dire rimanere nella Sua Parola: passare attraverso la croce, dare la propria vita. 


Quando Gesù finisce questa lunga catechesi pasquale, il versetto 66 dice: «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui». Qui abbiamo una folla di persone che sono disposte a seguire Gesù fino a quando lo spettacolo è divertente - miracoli, pienoni di fedeli, tante emozioni spirituali,buoni sentimenti. Ma appena le cose si fanno serie o esigenti, timbrano
il cartellino di uscita.


Probabilmente questo è uno tra i primi casi documentati di "sballo spirituale" - l'interesse a seguire Gesù solo fino a quando le cose sono facili, non ci sono sacrifici. Mi sono reso conto di quanto fosse
superficiale la mia fede solo quando ho incontrato i miei cristiani nelle terre di missione. Hanno una grande fede nella potenza della preghiera.

Pregano a lungo, con insistenza. Quando vanno a Messa non guardano l'orologio, e non solo perchè non ce l'hanno, ma perchè non misurano col contagocce il tempo che danno a Dio. Sono affamati, non di prediche astruse, ma di solido insegnamento della Parola di Dio. Sono interessati alla
sostanza della fede, non allo stile del predicatore. Mentre noi facciamo incontri di programmazione pastorale, loro fanno incontri di preghiera! Mentre noi ci accontentiamo di una mediocrità senza sussulti, loro si aspettano miracoli.

Siamo il prodotto di una cultura mediatica dove l'immagine, il centro di interesse, cambia ogni secondo. Così, in confronto a molti dei cristiani che vivono in terra di missione, abbiamo maturato una fede da"zapping". Ora, il primo passo per curare una malattia è riconoscere che si ha quella malattia e la si vuole curare.
 
Ogni volta che leggiamo laBibbia dobbiamo abituare il nostro cuore e la nostra mente non tanto a
cercare buoni sentimenti spirituali, quanto la verità: "Gesù, cosa c'è in me che devo cambiare per poter vivere questa Parola?" Ogni volta che sentiamo o cantiamo un canto religioso dovremmo cercare non solo la bella musica, ma anche chiederci: "Cosa c'è della Bibbia dentro a questo
canto?"
 Dovremmo un po' alla volta smettere di pensare che siano i preti a doverci spiegare la Parola, perchιè lo Spirito Santo ce la spiega lui se siamo fedeli nel leggerla ogni giorno. La crescita spirituale
avviene quando sono capace di mettere da parte la televisione o il computer per dare tempo alla Bibbia e alla preghiera. Si cura lo "sballospirituale" quando si va a riempire una chiesa per un incontro di "lectiodivina", piuttosto che fare la fila per vedere un cinema o impaccarsi dentro a uno stadio.

Scrive l'apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra» (Romani 7, 23).

In altre parole: renditi conto che sei in guerra, e non a una gita di piacere! Devi impegnarti con tutte le tue energie alla disciplina spirituale - e ad ascoltare ogni giorno il Tuo Maestro che ti spiega la Sua
strategia attraverso la Parola. Il virus dello "sballo spirituale" è molto pericoloso. Ricordati di quello che è successo a coloro che per primi ne sono stati vittime. Hanno finito con l'abbandonare Gesù.

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

don Luciano

sabato 7 aprile 2018

Le ferite di Gesù risorto sono segno di guarigione e di vita per sempre


8 Aprile 2018 Domenica in albis – Anno B

Risorto vivente per sempre!


Gv 20,19-31

19La sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.




Commento di ENZO BIANCHI, monastero di Bose


Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo scritto dal discepolo amato, dove ci è data la testimonianza della resurrezione di Gesù da parte di Maria di Magdala, del discepolo amato stesso e degli altri discepoli, tra i quali Tommaso (il capitolo 21 è stato aggiunto dalla comunità del discepolo amato, tant’è vero che i vv. 30-31 del capitolo 20 costituiscono la conclusione del vangelo).

Sempre in quel “primo giorno della settimana”, il giorno della resurrezione e dunque il giorno del Signore (Dominus, da cui dies dominicus, domenica), alla sera i discepoli di Gesù sono ancora nella paura, chiusi in casa, nonostante Maria di Magdala abbia annunciato loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Dov’erano i discepoli? In quale casa? Non ci viene detto, ma l’evangelista sembra suggerirci che dove sono i discepoli, là viene Gesù. Così il lettore comprende che ogni primo giorno della settimana, nel luogo in cui lui si trova con altri cristiani, là viene Gesù risorto e vivente.

In quel giorno della resurrezione Gesù ha inaugurato un altro modo di presenza: sta in mezzo ai suoi non più come prima, uomo tra gli uomini, ma come Risorto vivente per sempre. È sempre lui, Gesù, il figlio di Maria, l’inviato da Dio nel mondo, ma ormai non più in una carne mortale, bensì in una vita eterna nello Spirito di Dio. Questa nuova presenza è più forte e più potente della presenza fisica, perché vince ogni porta chiusa e ogni muro, e diventa credibile, sperimentata, vissuta nel quadro di una vita fraterna, di una vita di comunione: la chiesa.

Gesù, dunque, venuto tra i suoi nella posizione centrale (“stette in mezzo a loro”) di chi presiede l’assemblea, saluta i suoi con la benedizione messianica: “La pace sia con voi!”, e nel consegnare la pace mostra loro il suo corpo piagato, le mani che portano i segni della crocifissione (cf. Gv 19,17) e il costato che aveva ricevuto il colpo di lancia (cf. Gv 19,34). Gesù è vivente, è risorto da morte, ma non cessa di essere il Crocifisso: quella morte, destino di ogni uomo ma anche morte violenta data a Gesù dall’ingiustizia di questo mondo, è stata da lui vissuta e assunta, fa parte della sua umanità ormai trasfigurata in Dio ma sempre presente, non cancellata né dimenticata. Sì, Gesù risorto è vita eterna, divina, ma anche vita umana trasfigurata, sicché ormai non è più possibile pensare a Dio, dire Dio, senza pensare anche all’uomo.

A questa percezione i discepoli gioiscono, realizzando le parole dette loro da Gesù prima della passione: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete … Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete … Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 14,19; 16,16.22). Gesù allora quale Risorto alita, soffia su quella comunità, gioiosa perché credente in lui, e li fa tutti inviati, apostoli. Inviati per cosa? 
 
Nel quarto vangelo questi discepoli resi apostoli sono inviati per dare agli uomini la possibilità di sperimentare la salvezza nella remissione dei peccati: rimettere i peccati, rimettere i debiti, perdonare, questo è il mandato missionario. Nient’altro, nient’altro! Perché questo è ciò di cui gli uomini hanno bisogno: il perdono, la remissione dei peccati, la cancellazione dei peccati da parte di Dio e da parte degli uomini loro fratelli.

A questa esperienza della presenza del Risorto da parte dei discepoli Giovanni aggiunge l’esperienza di uno dei Dodici: Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù (cf. Gv 11,16), ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. Tommaso non vuole credere, sulla parola dei suoi fratelli, alla presenza di Gesù risorto e vivente, ma otto giorni dopo, quando la comunità è nuovamente radunata nel primo giorno della settimana, egli è presente.
 
Ed ecco che, di nuovo, viene Gesù, sta in mezzo e dà la pace ai discepoli; poi si rivolge a Tommaso mostrandogli le mani bucate e il costato trafitto, i segni della passione in un corpo trasfigurato. Tommaso allora non può fare altro che invocare: “Mio Signore e mio Dio!”, pronunciando la confessione di fede più alta di tutto il quarto vangelo. Quel Risorto è Kýrios e Dio per la chiesa! Questo occorre credere senza aver visto nulla, ma accogliendo l’annuncio della comunità del Signore e il dono di Dio che rivela la vera identità di Gesù risorto per sempre. Per Tommaso toccare il corpo di Gesù è ormai diventato inutile, ed egli non lo fa, perché la contemplazione e l’incontro con i segni della passione trasfigurati gli bastano
.
Ma l’operazione più difficile, per Tommaso come per noi, sta proprio nel vedere nei corpi piagati la potenza di una trasfigurazione che fa delle piaghe delle cicatrici luminose e piene di senso: non più segno di morte o di peccato, ma segno di guarigione e di vita per sempre.




lunedì 2 aprile 2018

Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni

La Pasqua dei discepoli




2 aprile 2018 Lunedì dell'Angelo: Comunità di Bose

Mc 16,9-20

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Parola del Signore!

Commento:

All’indomani della Pasqua, oggi e ancora nei giorni successivi la chiesa ci conduce a meditare i racconti delle apparizioni del Risorto, perché possiamo riascoltare e interiorizzare l’annuncio gioioso della vittoria di Cristo sulla morte, su ogni situazione di morte.
E ci domandiamo subito: in che modo la resurrezione di Gesù può avere una ricaduta nelle nostre esistenze? Di questo fremito di vita che scaturisce dalla tomba aperta, quanto passa in noi, nelle fibre del nostro essere, nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze che ci accompagnano lungo la successione dei nostri giorni?

La Pasqua non cancella l’oggettiva pesantezza delle situazioni che viviamo e lo scandalo della morte, ma la resurrezione vi apre una breccia e fa erompere energie nuove laddove prima c’era solo un senso di rassegnazione.
Guardiamo ai discepoli. Dopo l’uccisione di Gesù si trovano in una condizione di paralisi e di oscurità della fede. Sono afflitti e nel pianto, chiusi in casa, prigionieri della loro incredulità, non avendo dato peso all’annuncio dei primi testimoni (Mc 16,10-13).
La fedeltà di Dio narrata da Gesù tuttavia non conosce esitazioni, va incontro alla loro debolezza di fede e durezza di cuore. E proprio in questa condizione di morte è racchiusa una possibilità di ricominciamento: i discepoli vivono anch’essi un’esperienza pasquale, un vero passaggio che produce un cambiamento, grazie alla fiducia rinnovata di cui si sentono avvolti, e all’amore che la nutre e la sostiene.

Come i discepoli incontrano il Risorto? Il testo lo annota quasi en passant, ma è un particolare significativo: “mentre erano a tavola” il Risorto appare loro. È dunque la convivialità a fare da sfondo all’incontro tra Gesù vivente e i suoi discepoli. Si tratta di un incontro che esprime condivisione, riallaccia la comunione, riavvia la sequela, riapre per loro un futuro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”.
Torniamo alla domanda iniziale. Com’è possibile per noi sperimentare già ora le energie della resurrezione?

Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). L’amore crea vita, la vita eterna che ci è stata promessa è la nostra vita vivificata dall’amore, né più né meno. La qualità del nostro amore è data dall’amore con cui il Signore ci ha amati: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Tutto si gioca lì, in quel “come”: siamo chiamati a metterci alla scuola dell’amore come Gesù l’ha vissuto.
In tal modo, uniti a Cristo come i discepoli della prima ora, potremo portare il frutto della pace, della gioia, dell’amore condiviso: “parlando lingue nuove”, sull’esempio di Gesù, capace di parlare a tutti e di immedesimarci nella situazione dell’altro; vincendo il male con la forza del bene; “imponendo le mani”, attraverso gesti concreti con cui possiamo offrire conforto e amicizia.
La nostra vita quotidiana porta già i segni della resurrezione del Signore se sappiamo vivere nella logica evangelica del morire un po’ a noi stessi, per farci dono agli altri. Come “il chicco di grano caduto in terra che, se muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24                   

Monastero di Bose : fratel Salvatore

mercoledì 28 marzo 2018

L'amore ha vinto l'odio e ha sconfitto la morte


 

PASQUA DI RISURREZIONE – ANNO B - 2018

Cristo nostra speranza è risorto, Allelluia! E' veramente risorto! Allelluia!



E' Pasqua, è Pace! Di Sr Maria Grazia (Carmelo di Rovigo)

Il chicco marcito ha dato il suo frutto,
il grappolo spremuto ha dato vino nuovo
e la tomba vuota è una culla
per quelli che rinascono, salvati,
alla grazia di amare.

E' Pasqua, è pace.
Si leva il mattino di aprile
scuotendo un velo di gemme,
la terra sorride e danza donando fiori,
il pane che ci dai è un pezzo di cielo
e tu vieni a noi come un sole, Signore:
ci mostri i segni della tua vittoria,
ci dici che in noi c'è già un poco di te
e ci insegni a cantare l'Alleluja della gioia
per la nuova primavera che avanza
nella luce dello Spirito.




Carissimi amici, grazie per la vostra assiduità a riflettere sui commenti della liturgia domenicale.

Come indicato precedentemente, con il commento e gli auguri di Pasqua saranno  sospese le pubblicazioni e gli invii tramite facebook.

Spero di farvi avere soltanto il commento della domenica pubblicato dai frati e suore del monastero di Bose. Questo a chi lo chiederà espressamente. L'invito vale per tutti gli altri amici che non hanno partecipato e che nel tempo non ci siamo più sentiti. Sarebbe bello che ognuno di noi si facesse messaggero del Vangelo presso altri, alcuni lo hanno già fatto.

Il commento comunque sarà pubblicato come sempre nella mia pagina Facebook: basta un clic per poterlo vedere e leggerlo sul mio blog .Sul blog troverete anche un modulo di contatto per potermi scrivere,

Vogliamoci sempre bene, preghiamo gli uni per gli altri.


BUONA E SANTA PASQUA!

domenica 25 marzo 2018

Chi sono io, davanti a Gesù che entra in festa in Gerusalemme?




Domenica delle Palme - Anno B - 2018




Per questa domenica in cui ricordiamo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme non commenteremo il brano del Vangelo di Marco, che narra la passione e morte di Gesù. La domenica delle Palme introduce la settimana Santa, settimana di riflessione, di preghiera , di revisione della nostra vita per renderla conforme al volere e all’esempio di Gesù, per esplodere poi nel giorno della sua risurrezione nella gioia immensa di ringraziamento per la salvezza che ci è stata donata.
Propongo due riflessioni , la prima del Cardinal Carlo Maria Martini, la seconda di Papa Francesco, come aiuto alla nostra riflessione e come preparazione ad una bella confessione sperando fortemente nella misericordia infinta di Dio Padre.


Come vivere la settimana Santa, del Card. Carlo Maria Martini

La benedizione delle palme, da cui questa domenica prende il nome, e la processione che ne è seguita vogliono evocare l'ingresso in Gerusalemme di Gesù e la folla che gli va incontro festosa e acclamante.
Forse la nostra processione appare un po' povera rispetto a ciò che dovrebbe rievocare. L'importante, tuttavia, non è prendere in mano le palme e gli ulivi e compiere qualche passo, ma esprimere la volontà di iniziare un cammino. Questa scena infatti, che vorrebbe essere di entusiasmo, non ha valore in sé: assume piuttosto il suo significato nell'insieme degli eventi successivi che culmineranno nella morte e nella risurrezione di Gesù. Contiene perciò una domanda che è anche un invito: vuoi tu muovere i passi entrando con Gesù a Gerusalemme fino al calvario? Vuoi vedere dove finiscono i passi del tuo Dio, vuoi essere con lui là dove lui è? Solo così sarà tua la gioia di Pasqua.
Entriamo dunque con la domenica delle Palme nella Settimana santa, chiamata anche "autentica" o "grande". Grande perché, come dice san Giovanni Crisostomo, «in essa si sono verificati per noi beni infallibili: si è conclusa la lunga guerra, è stata estinta la morte, cancellata la maledizione, rimossa ogni barriera, soppressa la schiavitù del peccato. In essa il Dio della pace ha pacificato ogni cosa, sia in cielo che in terra».
Sarà dunque una settimana nella quale pregheremo in particolare per la pace a Gerusalemme e ci interrogheremo pure sulle condizioni profonde per attuare una reale pace a Gerusalemme e nel resto del mondo.
La liturgia odierna è quindi un preludio alla Pasqua del Signore. L'entrata in Gerusalemme dà il via all'ora storica di Cristo, l'ora verso la quale tende tutta la sua vita, l'ora che è al centro della storia del mondo. Gesù stesso lo dirà poco dopo ai greci che, avendo saputo della sua presenza in città, chiedono di vederlo: «È venuta l'ora in cui sarà glorificato il Figlio dell'uomo» (Gv 12,23). Gloria che risplenderà quando dalla croce attirerà tutti a sé.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 159-160).



CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San PietroXXIX Giornata Mondiale della Gioventù
Domenica, 13 aprile 2014

Chi sono io davanti al mio Signore?


Questa settimana incomincia con la processione festosa con i rami di ulivo: tutto il popolo accoglie Gesù. I bambini, i ragazzi cantano, lodano Gesù.

Ma questa settimana va avanti nel mistero della morte di Gesù e della sua risurrezione. Abbiamo ascoltato la Passione del Signore. Ci farà bene farci soltanto una domanda: chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra in festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?

Abbiamo sentito tanti nomi, tanti nomi. Il gruppo dei dirigenti, alcuni sacerdoti, alcuni farisei, alcuni maestri della legge, che avevano deciso di ucciderlo. Aspettavano l’opportunità di prenderlo. Sono io come uno di loro?

Abbiamo sentito anche un altro nome: Giuda. 30 monete. Sono io come Giuda? Abbiamo sentito altri nomi: i discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano che cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro? E quando faccio queste cose, se le faccio, credo che con questo salvo il popolo?
Sono io come Pilato? Quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?

Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù.
Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, Gli sputano addosso, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?
Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce?

Sono io come quelli che passavano davanti alla Croce e si facevano beffe di Gesù: “Era tanto coraggioso! Scenda dalla croce, a noi crederemo in Lui!”. Farsi beffe di Gesù…
Sono io come quelle donne coraggiose, e come la Mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio?

Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura?
Sono io come le due Marie che rimangono davanti al Sepolcro piangendo, pregando?

Sono io come quei capi che il giorno seguente sono andati da Pilato per dire: “Guarda che questo diceva che sarebbe risuscitato. Che non venga un altro inganno!”, e bloccano la vita, bloccano il sepolcro per difendere la dottrina, perché la vita non venga fuori?

Dov’è il mio cuore? A quale di queste persone io assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana.



giovedì 22 marzo 2018

Non credo più in Dio

IL GRANELLINO🌱
(Gv 8,31-42)
Così esclamano molti della generazione di oggi: "Non credo più in Dio. Non credo più nei preti. Non credo più in un'altra vita. Con la morte tutto finisce. Finalmente sono libero da leggi e norme che mi soffocavano. Ora vivo come meglio mi pare". In realtà chi afferma di non credere più in Dio e nella vita eterna non vive libero, ma vive da schiavo perchè è diventato schiavo di qualcuno o qualcosa.

Quanti schiavi in questa generazione! Ogni giorno, andando in giro per la predicazione, incontro gente che vive schiava sotto il potere malefico di qualche Faraone. Qual è il Faraone che oggi ti schiavizza? Forse tuo marito che ti costringe a vivere una sessualità non secondo le vie di Dio e ti fa sentire sporca, senza avere il coraggio di dire 'No' perchè hai paura di perderlo? 

Forse il tuo Faraone è il cibo che ti ha reso obeso a tal punto da non poter più camminare? Forse il tuo Faraone è l'alcool, la droga o il gioco d'azzardo? Si diventa schiavi di questi Faraoni quando si arriva a dire che senza di essi non si può vivere.

Qual è il tuo Faraone? Forse la paura della morte che ti ha paralizzato e non sai più sorridere? Qual è il tuo Faraone? Forse l'accumulo di danaro che ti fa lavorare giorno e notte? 

Qual è il tuo Faraone? Forse il vivere la tua religiosità in maniera maniacale? Chi ti ha reso schiavo? Forse la lettura quotidiana dell'oroscopo, la frequentazione del mago o della cartomante nelle cui mani hai affidato la tua vita?

Siamo veramente liberi quando siamo capaci di dire 'no' al male e 'sì' a ciò che è gradito a Dio. Gesù ci ha rivelato e insegnato ciò che è gradito a Dio. Ecco perché siamo esortati a dire ECCO, SI COMPIA IN ME LA TUA PAROLA, SIGNORE! dopo aver ascoltato il Vangelo.


 Il grande problema in questa generazione è che molti dicono: "Nessuno mi dica quello che è buono per me. Sono io a decidere quello che è buono o cattivo per me". L'uomo non illuminato dalla Parola di Dio persegue le vie dei sensi e non quelle dello Spirito. Una cosa è certa: Chi segue le vie dei sensi diventa psicosomatico, paranoico, schizofrenico, possessivo, avaro, lussurioso, nevrotico, bipolare, narcisista e pieno di fobie. Quale di queste infermità dello Spirito ti appartiene? Se nessuna di esse ti appartiene, rimani nell'amore di Gesù osservando la sua Parola e sarai l'uomo più libero di questo mondo. Amen. Amen.
(P. Lorenzo Montecalvo dei Padri Vocazionisti)






domenica 18 marzo 2018

L'ora di Gesù è l'ora del suo passaggio da questo mondo al Padre...



Quinta domenica di quaresima -Anno B – 2018
Nella liturgia di questa domenica celebriamo l'ora di Gesù, della sua glorificazione che non avviene come gli uomini avrebbero voluto, ma nell'amore e nell'obbedienza. L'ora di Gesù, non ci sono dubbi, è l'ora del passaggio di Cristo da questo mondo al Padre.

Nella prima lettura il profeta Geremia ci annuncia come per noi ci sarà una nuova alleanza, il Signore farà con noi una alleanza non più scritta su pietra ma metterà dentro di noi la sua legge, la metterà nel nostro cuore, non avremmo più bisogno di studiare ma solo ascoltare quello che il Signore ci dice.

Nella lettera agli ebrei,
seconda lettura, ci viene presentato un Cristo che nell'ora della morte si manifesta non come un Dio, non affronta la morte con la forza, ma in tutta la sua umanità. chiede nell'ora suprema di allontanare da lui la prova del suo sacrificio, sente tutta la miseria della morte che solo lui che conosce tutto può comprendere sino in fondo e l'offre al Padre nell'obbedienza più completa.
Obbedienza significa ascoltare quello che il Signore ci dice e seguire, in piena libertà, la sua volontà. Obbedire al Signore non significa fare solo quello che lui ci dice, ma seguirlo con gioia nell'amore.
Nel Vangelo l'apostolo Giovanni racconta di alcuni greci che, saliti per il culto nella festa, chiedono a Filippo di vedere Gesù. Vogliono incontrare Gesù perché hanno sentito parlare di lui quale maestro autorevole e profeta capace di operare segni. Gesù informato del fatto da Andrea sembra non interessarsi a loro, intraprende invece un discorso di vita, mentre si avvicinava l’ora della sua morte.
Dal libro del profeta Geremia 31, 31-34
"Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato".
La nuova alleanza potrà avvenire solo attraverso la morte e risurrezione del Cristo salvatore, il Signore non ricorderà più i nostri peccati, perché attraverso l'amore tutto viene perdonato.
Nel salmo responsoriale l'uomo chiede al Signore di "creargli un cuore puro" capace di amare veramente, gli chiede perdono di tutti i suoi peccati e di concedergli il suo Spirito, promette di annunciare a tutte le genti, con umiltà, le sue vie affinché esse possano tornare a Lui.
Dalla lettera agli Ebrei Eb 5,7-9
Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.”
Gesù chiede nell'ora suprema di allontanare da lui la prova del suo sacrificio, sente tutta la miseria della morte che solo lui che conosce tutto può comprendere sino in fondo e l'offre al Padre nell'obbedienza più completa.
Obbedienza significa ascoltare quello che il Signore ci dice e seguire, in piena libertà, la sua volontà. Obbedire al Signore non significa fare solo quello che lui ci dice, ma seguirlo con gioia nell'amore.
Dal Vangelo di Giovanni 12,20-33
"Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l'anima mia è turbata ,che cosa dirò?
Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire".
Non sappiamo se i Greci avevano capito ciò che Filippo e Andrea avevano riferito perchè Gesù continuava a parlare della sua ora, del significato di quanto sarebbe accaduto. “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”, così risponde ad Andrea e Filippo e indirettamente alla richiesta dei greci. La loro domanda sembra non avere risposta ma un significato importante ce lo dà il monologo di Gesù: era necessario che il Figlio dell’uomo fosse innalzato in croce e alla gloria perché anche i pagani potessero vedere Gesù con l’occhio della fede e godere i frutti della redenzione.
Questa è l’ora della glorificazione di Gesù, l’ora della glorificazione del Padre in Gesù: la missione di Gesù sarà presto compiuta non senza la debolezza dell’uomo che era in lui: la mia anima è turbata, è giunta la mia ora.
La sua morte è come il chicco di grano che caduto sulla terra dovrà essere macerato dalla terra stessa e morire per portare frutto. Così anche il Cristo porterà la salvezza a tutti gli uomini solo con la sua morte, segno non di glorificazione ma di sconfitta.
Sulla croce Cristo non cerca la sua glorificazione ma la glorificazione dell'Amore, la glorificazione del Padre. Il Padre glorifica a sua volta Gesù. “L'ho glorificato e lo glorificherò ancora”.
Nelle sue parole, un invito per chi lo seguirà:”Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”.
La gente che lo circonda non si rende conto del valore della missione di Gesù. Il mistero pasquale si caratterizza per il giudizio che esprime sul principe del questo mondo, Satana.
Sembra che Satana abbia vinto, ma è arrivato il giudizio vero, il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Dalla croce Gesù attirerà tutti a sé. La croce da simbolo di vergogna e di martirio diventerà segno di vittoria.

Nell'ora della morte tutti se ne andranno, non resterà nessuno, solo Giovanni oltre le donne, perché avevano compreso quello che gli altri non erano riusciti a vedere. Il Cristo innalzato attirerà a sé tutti gli uomini.
La nostra salvezza, annunciata da Geremia, avverrà solo se nei momenti quando la croce si presenta sapremo prenderla e portarla come Gesù
Comprendiamo il vero significato della nuova alleanza che Cristo ha fatto con ciascuno di noi, e che per questa alleanza ci sentiamo dei perdonati e dei salvati?
Siamo disposti a farci trasformare dalla "Parola" come il chicco che trasformato produce frutto, o preferiamo vivere la vita come si presenta?

sabato 17 marzo 2018

Quanto difficile ci è a volte soffermarci per riflettere e vegliare su noi stessi

INCONTRI CON LA PAROLA

L'esame di maturità spirituale (Giacomo 3, 2-12)
di don Luciano





Ricordo di aver letto questo episodio riferito ai Padri del deserto. Un giorno si presentò a un santo monaco un uomo semplice, di nome Pambo.
Costui chiese all'uomo di Dio di insegnargli le Scritture. Il monaco allora cominciò a leggere a Pambo la prima strofa del Salmo 38:

«Ho detto: "Veglierò sulla mia condotta
per non peccare con la mia lingua;
porrò un freno alla mia bocca
mentre l'empio mi sta dinanzi"».

Appena il monaco ebbe letto questo versetto, Pambo si alzò e si congedò da lui dicendo che aveva già sentito abbastanza della Scrittura, e che sarebbe tornato a sentire il resto appena avesse imparato quel primo versetto.

Il monaco aspettò mesi, ma Pambo non si rifece vivo. Finalmente, un giorno il santo monaco incontra casualmente Pambo, e gli chiese dove fosse stato durante tutto quel tempo. Pambo rispose che stava ancora imparando la prima strofa del Salmo 38 a riguardo della lingua.

Quarantanove anni dopo, una persona chiese a Pambo come mai la sua conoscenza della Scrittura si limitasse a quell'unico versetto. E la risposta fu: "Lo sto ancora imparando!"
"Ne uccide più la lingua che la spada!" - E' un proverbio che tutti quanti abbiamo purtroppo sperimentato, tanto come uccisori quanto come vittime.

Dio ha qualcosa da dirci a questo riguardo nella lettera di Giacomo. In Giacomo 3, 2 sta scritto che “tutti quanti manchiamo in molte cose”. Poi Dio continua: “Se uno non pecca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra.Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male”

Dio dice che quando si riesce a controllare la lingua, si riesce contemporaneamente a controllare anche tutto il resto! Ci sono tanti modi per peccare, ma Dio afferma che controllare i peccati che si commettono con la propria lingua è la prova numero 1 che una persona è davvero cresciuta spiritualmente, è il segno sicuro che la signoria di Gesù Cristo ha conquistato anche il più piccolo angolo del nostro cuore ribelle.

Sentite come Dio dice le cose senza fronzoli:
«Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio, dalla stessa bocca esce benedizione e maledizione.
Non-dev'essere così, fratelli miei!Può forse, miei fratelli, un albero di fichi proddurre olive o una vite produrre fichi?
Così una sorgente salata non può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara?» (Giacomo 3,7-11).
E adesso andiamo tutti a confessarci!
Ricordo che alla morte di uno dei nostri santi fratelli che, dopo aver speso la sua vita in missione era stato mandato a fare il portinaio in una nostra casa di formazione, il commento dei nostri studenti fuunanime: "Non l'ho mai sentito parlare male di nessuno!"

Se vuoi, con la potenza di Cristo, puoi controllare la tua lingua, e con essa ogni altra parte della tua vita. E' arrivato davvero il momento nel quale devi concentrare tutta la forza che ti viene da Gesù per superare il tuo esame di maturità spirituale - quello del controllo della tua lingua!


Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

don Luciano